Fantasy Design: Nuove Specie! – Bonus: Il Mare (Vecchio Carnevale Blogghereccio)

(English text below)

Per chi sia giunto qui per la prima volta, in questa serie di articoli si discute del design di razze intelligenti, perlopiù umanoidi, in un contesto fantasy (ed eventualmente di gioco di ruolo), ma che abbiano il più possibile caratteristiche sensate dal punto di vista biologico. Ovvero, come definire i tratti di razze umanoidi partendo dalle necessità del loro ambiente naturale.

Accenno lovecraftiano obbligatorio: fatto.

Come inizialmente s’era detto nel primo articolo della serie, avremmo trattato solo tre ambienti per la creazione di razze fantasy, ovvero foreste, montagne, e deserti caldi. Tuttavia, sembrava divertente l’idea di partecipare a questa iniziativa del blog Omnia Incommoda, Certitudo Nulla: dato che il tema del mese è il mare, quale modo migliore per introdurre una razza fantasy acquatica? Andiamo dunque a parlare del design di una specie umanoide marina che possa esistere in un universo fantasy.

I motivi principali per lasciare inizialmente da parte il mare come ambiente nella nostra serie sono due: il primo, è che il mare contiene una tale vastità di diversi scenari che ci si potrebbe scrivere una serie a sé stante; in secondo luogo, è in genere difficile definire una specie sviluppatasi principalmente in un ambiente acquatico che sia anche adatta all’avventura assieme ad un gruppo di umani ed altre creature prettamente terrestri, nell’ottica del GdR, senza ricorrere ad abilità sovrannaturali o compromettere la mobilità acquatica della creatura. Ma in questo articolo cercheremo di affrontare la sfida che questo comporta.

Se vi piace questo articolo, non potete perdervi il contributo di Eduplay!

Sfiatatoio di un’orca assassina.

Prima di tutto dunque, definiamo più nel dettaglio l’ambiente specifico in cui la nostra razza si sia evoluta, poiché non possiamo creare una creatura che sia a casa propria in ogni possibile tipo di biotopo marino. Per ora sappiamo solo che si deve trattare di acqua salata, ma vogliamo anche assumere che questa razza faccia la sua comparsa in mare aperto: questo sia per legarci meglio al tema del mare in generale e come topos letterario di racconti ed avventure, in modo da giustificare un’interazione di questa nuova specie con navigatori e naufraghi. Possiamo dunque eliminare la maggior parte dei fondali e degli abissi dalla lista dei nostri ambienti da considerare. Allo stesso tempo, però, come abbiamo detto poc’anzi, vogliamo che le creature di questa specie possano accompagnare gruppi di avventurieri o marinai terrestri senza troppa difficoltà, per cui dev’essere in grado di sopravvivere e muoversi sulla terraferma. Chiaramente, quindi, questo tipo di creatura sarà dotata di polmoni, anziché branchie, e analogamente ai cetacei dovrà apparire regolarmente in superficie per respirare, ma sarà in grado di spendere anche ore sott’acqua trattenendo il fiato. Un altro adattamento legato a questa caratteristica potrebbe riguardare la sua cavità nasale, che potrebbe essere posizionata sul capo anziché davanti agli occhi, come uno sfiatatoio, in modo da limitare la necessità di emergere durante il tempo passato in acqua, permettendo così alla creatura di tenere d’occhio i suoi dintorni mentre si avvicina alla superficie per prendere fiato. Un ulteriore adattamento alla vita in alto mare riguarda il colore della pelle: come il pesce a vita pelagica ed molti cetacei, la nostra razza si sarà evoluta per mimetizzarsi al meglio in modo da essere il meno visibile possibile sia da sopra che da sotto di sé, ed avrà dunque una pelle bicolore, scura sul dorso e molto chiara su pancia e petto.

Il profilo dello squalo bianco offre un ottimo esempio di colorazione pelagica, con un netto contrasto tra dorso e ventre.

Un’altra caratteristica necessaria ad una specie che richiede agilità nel nuoto è, a differenza degli umani, dunque, che la colonna vertebrale sarà giunta al retro del cranio, anziché al di sotto di esso, per sopportare meglio la pressione dell’acqua spostata nel nuoto senza rischio di infortunio al collo. Questo vuol però dire anche che collo della creatura debba essere relativamente lungo, per permettere di mantenere la testa parallela al terreno fuori dall’acqua. Allo stesso modo, il cranio stesso sarà piuttosto allungato, in modo da avere una forma idrodinamica. Al fine della caccia e della difesa della colonia, potrebbero anche aver sviluppato un sistema di comunicazione a specifiche frequenze simile al canto delle balene, e cavità auricolari specializzate in grado di captare questi suoni specifici in acqua.

Pur necessitando di queste caratteristiche, dobbiamo considerare il bisogno degli individui di questa razza di muoversi sulla terraferma: per questo, i loro arti non possono essersi completamente trasformati in pinne come nel caso di cetacei, ma pur essendo tozzi per ridurre l’attrito dell’acqua dopo ogni spinta, avranno ancora una lunghezza adatta a permettere una deambulazione efficace. Possiamo prendere qualcosa di simile agli antenati delle balene, gli Ambulocetus, come esempio delle proporzioni degli arti. Questo, in aggiunta agli ampi polmoni, vuole anche dire inoltre che la razza dovrà avere un collo piuttosto spesso, e probabilmente un torace abbastanza ampio: ciò è dovuto ai muscoli necessari alla propulsione degli arti anteriori, simile alla struttura corporea sviluppata dai nuotatori professionisti. Va specificato che gli individui di sesso femminile della specie probabilmente non avranno mammelle prominenti come altri umanoidi, proprio in funzione della mobilità acquatica.

Parlando di arti, ci sono due possibilità principali per il meccanismo di propulsione acquatica, nel mondo animale: gli arti posteriori o la coda. Nel caso di mammiferi e rettili semiacquatici, molto spesso la coda è piatta e larga, ed è lo strumento principale per ottenere la spinta nel liquido. Tuttavia, un adattamento più comune in creature di grossa taglia con una vita principalmente marina è invece quello di trasformare gli arti inferiori stessi in una specie di coda natatoria, adottato non solo dai sopracitati cetacei, ma anche dai sirenidi (lamantini) e pinnipedi (foche, otarie e trichechi). In particolare, questi ultimi sono interessanti poiché passano buona parte della loro vita sulla terraferma pur cacciando in mare, ed i loro arti inferiori sono ancora separati anziché fusi assieme. La nostra scelta tuttavia deve ricadere sicuramente su un’ampia e muscolosa coda simile a quella di lontre o castori, oppure addirittura di coccodrilli e alligatori: come abbiamo detto prima, gli arti devono rimanere totalmente separati per permettere la deambulazione, per cui non possono essere il solo strumento per la propulsione in mare.

I piedi di questo tipo di creatura saranno comunque palmati per permettere la massima propulsione. Allo stesso modo vorremmo delle mani palmate, ma mantenendo il pollice opponibile per permettere l’uso di strumenti ed armi. Potremmo prendere di nuovo spunto dalle pinne dei pinnipedi in quest’ottica, ma c’è forse un esempio migliore, e viene da una delle creature dall’aspetto più “fantastico” del pianeta terra, ovvero l’ornitorinco, che possiede infatti arti palmati con un “pollice” separato sugli arti posteriori. Pur non essendo questo un vero dito, solo un’appendice, possiamo considerare una configurazione simile per le mani della nostra razza.

Scogliere di Étretat, Normandia.

Ora che le caratteristiche fisiche della specie sono state definite, veniamo alla questione sociale. Molto probabilmente, proprio come gran parte delle altre forme di vita semiaquatiche, queste creature formeranno grandi gruppi di individui che si aggregano presso le coste, dove avrà luogo gran parte delle loro interazioni sociali, e con ogni probabilità si sposteranno in vari gruppi di pochi intimi in mare per recuperare risorse e cacciare. Ci sarà poi probabilmente l’occasionale gruppo di caccia più numeroso per prede più grandi o pericolose, che userà armi e tecniche simili a quelle di cui abbiamo già parlato in quest’altro articolo.

Gli insediamenti di questa razza saranno sicuramente sulla costa, con vie ottimali per l’entrata e l’uscita dall’acqua, per facilitare sia i viaggi che, eventualmente, la fuga dalla terraferma al mare o viceversa. Per questo dunque prediligeranno basse scogliere su cui costruire i propri edifici, o meglio ancora grotte naturali in cui scavare o erigere le proprie abitazioni. Ma in ogni caso il tipo più comune di costruzione sarà probabilmente la palafitta, utile per interfacciare agilmente la terraferma all’ambiente acquatico, e gruppi delle quali costituiranno interi villaggi, eretti su sulle coste meno prone a nubifragi e maremoti, ad esempio in baie ben riparate.

Date le loro capacità sociali ed il bisogno di riapparire in superficie per prendere fiato, ma anche al fatto che alcune colonie si svilupperanno non lontano da altri insediamenti marittimi, le interazioni con marinai di altre razze saranno piuttosto comuni, e in certi casi alcuni di loro potrebbero entrare a far parte di una ciurma, ed anzi essere molto ricercati per questo tipo di impiego. Per ovvie ragioni legate alla loro vita acquatica, queste creature saranno solite non indossare vestiti, ma potrebbero esservi obbligate dalle norme sociali dettate dalle altre comunità terrestri.

Con questo possiamo dire concluso il processo di design di una razza marina, che possa interagire ed accompagnarsi con avventurieri di altri tipi, ma specificamente adattata alle avventure in mare aperto o sulle coste. Dal prossimo articolo, torneremo al piano iniziale, nel frattempo, andate a dare un’occhiata agli altri blog che partecipano al Vecchio Carnevale Blogghereccio e l’originale RPG Blog Carnival!


Fantasy Design: New Species! – Bonus: The Sea

For those joining here for the first time, in this series of articles we are dealing with the design of sentient races, mostly humanoids, in a fantasy (and potentially roleplaying) context, but so as for them to have sensible characteristics from a biological point of view. That is to say, how to define the traits of humanoid races starting with the needs of their natural environment.

Mandatory Lovecraft reference: check.

As was stated in the first article of the series, we would only discuss three environments for the creation of fantasy races, i.e. forests, mountains, and warm deserts. However, it seemed a fun idea that of participating to this initiative (article in Italian) from the Omnia Incommoda, Certitudo Nulla blog: given that the theme of this month is the sea, what better way to introduce an aquatic fantasy race? Let us then talk about the design of a marine humanoid species that may exist in a fantasy universe.

The main reasoning for initially setting aside the sea as an environment in our series are twofold: the first is that the sea contains such a vast diversity of scenarios that one may write an entire series of articles by itself about it; secondly, it is generally difficult to define a species developed mainly in an aquatic environment that is also equally fit for adventuring with a party of humans and other strictly terrestrial creatures, in the framework of an RPG, without falling back onto supernatural abilities or compromising the creature’s aquatic mobility. However in this article we will try to rise to the challenge that such restrictions entail.

If you like this post, you should not miss Eduplay’s entry (in Italian)!

A killer whale’s blowhole.

First of all then, let us define more in detail the specific environment wherein our race has evolved, since we may not realise a creature that is equally at home in every possible type of marine biotope. For now, we only know that it has to be saltwater, but we also want the assumptio that this race appear in open sea: this is both to better tie to the theme of sea in general, and as literary topos for tales and adventures, so as to justify interaction of this new species with sailors and shipwreck survivors. We may then strike out most of the seabeds and abysses from our list of viable environments. At the same time though, as we stated earlier, we also want this creature to have the option to join with terrestrial parties of adventurers or sailors without too much of an issue, therefore it has to be able to survive and travel on land. Clealry then, this kind of creature will be possess a pair of lungs, rather than gills, and analogously to cetaceans, it will need to surface regularly in order to breathe, but it will be able to spend even hours underwater while holding its breath. Another adaptation linked to this characteristic may concern its nasal cavity, which may be located on the head instead of before the eyes, much like a blowhole, so as to limit the need to emerge during the time spent in the water, and allowing the creature to keep an eye on its whereabouts while it approaches the surface to breathe. One further adaptation to life in the sea concerns the colour of the skin: not unlike pelagic fish and many cetaceans, our race would have evolved to blend in with the environment, in order to be as little visible as possible from both above and below them, and will therefore possess a two-tone coloured skin, dark on the back very light on belly and chest.

The profile of a great white shark provides a prime example of pelagic pigmentation, with a sharp contrast between back and belly.

Another necessary characteristic to a species that requires agility in swimming is, differently from humans, that the spie be joined at the back of the skull, instead than under it, so as to better sustain the pressure of water displaced while swimming without the risk of injury to the neck. However, this also means that the creature’s neck must be relatively long, to allow it holding its head parallel to the ground outside the water. Much in the same way, the skull shiuld be rather elongated, thus having a more hydrodynamic shape. To the end of hunting and defence of the colony, they may also have developed a system of communication at specific frequencies similarly to whale sounds, and specialised auricolar cavities to detect these specific sounds in in the water.

While in need of all these characteristics, we have to consider the necessity of such individuals for means of locomotion on dry land: to this end, their limbs must not have completely morphed into fins as is the case of cetaceans, but while being stubby in order to reduce water drag with each push forward, they will stilll sport a length fit to allow for an effective walking. We may take something like the ancestor to whales, Ambulocetus, as an example of possible limb proportions. This, in addition to the ample lungs, also means that the race must sport a rather thick neck, and probably quite a broad chest: this is due to the muscles needed for propulsion by the forelimbs, similarly to the body structure developed by professional swimmers. It has to be pointed out that female indivituals of the species may not possess prominent mammaries like other humanoids, precisely in fuction of aquatic mobility.

Speaking of limbs, there are two main options fot the aquatic propulsion mechanism, in the animal world: hindlimbs or tail. In the case of semi-aquatic mammals and reptiles, quite often the tail is flat and wide, and it is the main instrument to provide thrust in the water. Nevertheless, a more common adaptation in larger-size creatures with a largely marine lifestyle is instead that of transforming the hind legs themselves into a sort of natatory tail, adopted not only by the aforementioned cetaceans, but also by sirenids (manatees) and pinnipeds (seals, sea lions, and walruses). In particular, the latter are interesting in that they spend a good portion of their lives on land, though hunting in the ocean, and their hindlimbs are still separated rather than fused together. Our choice however has to surely fall onto a wide and muscular tail similar to that of otters or beavers, or even yet crocodiles and alligators: as we stated before, the limbs need to stay fully apart to allow for walking on land, therefore they cannot be the only tool for propulsion at sea.

The feet of this kind of creature will however be webbed to allow for maximum thrust. In the same way, we should require webbed hands, though retaining the opposable thumb to allow for the use of tools and weapons. We could take another cue from the fins of pinnipeds in this framework, but there is possibly a better option, and it comes from one of the most “fantasy-looking” creatures on planet Earth, that is the platypus, who indeed possesses webbed limbs with a singular “thumb” on its hind legs. While that is not an actual finger per se, rather just an appendage, we could weigh using a similar configuration for the hands of this race of ours.

Cliffs of Étretat, Normandy.

Now that the physical characteristics of the species are defined, let us move to the societal issue. Quite probably, much like most semi-aquatic lifeforms, these creatures will form large groups of individuals that gather by the coastlines, where a large amount of their social interactions will take place, and they will most likely travel into high seas in numerous groups of few associates for gathering resources and hunting. There will then be the occasional hunting party of greater numbers for larger or more dangerous prey, who will use weapons and techniques similar to those whe have already discussed in this other article.

The dwelling of this race will surely be built along the coastline, with optimal paths to both enter and leave the water, in order to facilitates both travels and, potentially, flight from dry land to the sea or vice-versa. Under these assumptions they will then favour low cliffs on which to erect their buildings, or even better, natural caves and grottoes in which to dig or build their homes. But in any case the most common type of building will probably be the stilt house, useful to aptly interface the land with the aquatic environment, and groups of which may constitute entire towns, constructed along the shores least prone to storms and seaquakes, for instance inside well-sheltered bays.

Given their social qualities and the need to regularly resurface to breathe, but also due to the fact some of their colonies will develop not far from other maritime dwellings, the interactions with sailors of other races will be rather common, and in certain cases some of them may get to join a ship’s crew, and actually be quite sought after for this kind of employment. For obvious reasons linked to their aquatic lifestyle, these creatures will not be used to wearing clothes, but they may be forced to by the societal norms imposed by the other land-dwelling communities.

With this, we may call concluded the process of designing a marine race, which may interact with and join adventurers of other kinds, but specifically suited for adventures on the open sea or along the coastlines. With next article, we will go back to the original schedule, in the meantime, have a look at the other blogs that take part in “Ye Olde Blog Carnival” and the original RPG Blog Carnival!

2 pensieri riguardo “Fantasy Design: Nuove Specie! – Bonus: Il Mare (Vecchio Carnevale Blogghereccio)

  1. Trovato il blog proprio per via del Carnevale Bloghereggio. Ho trovato l’articolo decisamente interessante: manca solo il disegno ^_^

    Vado a spulciarmi il resto del blog.

    Ciao 🙂

    Piace a 1 persona

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